Ivana Pais parla di Altre Forme di Cooperazione

Ivana Pais parla di Altre Forme di Cooperazione

Storie
Domani inizia Altre Forme di Vita, una tre giorni di proposte e attività rivolte a tutti quelli, piccoli e grandi, che amano sperimentare, immaginare nuovi modi di fare le cose, incidere positivamente nei propri contesti di lavoro e di vita. È un contenitore di pensiero per organizzazioni, istituzioni e aziende sensibili ai processi di open innovation, innovazione sociale, sviluppo locale e rigenerazione urbana.

 

Altre Forme di Cooperazione

All’interno di Altre Forme di Vita è stato organizzato il workshop Altre Forme di Cooperazione, dedicato al mondo cooperativo nello scenario della quarta rivoluzione industriale e dell’economia collaborativa. Stimolati da alcuni interventi che affronteranno ciascuno una tematica specifica legata all’economia collaborativa, 4 tavoli intersettoriali composti da direttori di associazione, presidenti di cooperativa, esperti provenienti da ambiti diversi, funzionari pubblici, reagiranno alle riflessioni proposte dai relatori, con l’obiettivo di condividere sfide, rischi ed opportunità nei diversi settori coinvolti e di individuare possibili azioni e collaborazioni per supportare il movimento cooperativo nella sperimentazione di modelli di piattaforme cooperative. L’obiettivo è duplice: da un lato favorire processi di intelligenza collettiva incentrati sul modello cooperativo, dall’altro definire azioni concrete per supportarne l’evoluzione verso modelli sostenibili di economia collaborativa.

 

Ivan Pais e l’evoluzione dell’economia collaborativa

Abbiamo intervistato Ivana Pais, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che domani alle 15.45 parlerà di reciprocità, ownership e partecipazione: nuove relazioni e modelli di governance nell’era delle piattaforme collaborative. Ivana ci spiega che siamo in una fase di transizione, in cui si è persa la retorica degli anni passati in cui concetti come la Sharing Economy, il Crowdfunding e l’Open Design erano pioneristici e attiravano, di conseguenza, la nicchia degli early adopter che condividevano i valori alla base dei questi nuovi paradigmi. Le piattaforme digitali hanno scalato e sono diventate vere e proprie multinazionali, acquisendone le relative logiche e perdendo, per ovvi motivi, l’idea comunitaria che le ha originate.  In questo momento prevale l’approccio critico e le considerazioni sulle distorsioni negative del meccanismo in cui, aumentando i numeri, viene meno, per forza di cose, l’autoselezione.

 

Oggi stiamo vivendo una fase più interessante in cui le logiche collaborative, meno visibili e riconoscibili, stanno contaminando settori diversi tra cui la Cooperazione e il Manufacturing, argomenti di cui si discuterà insieme ad Altre Forme di Vita. Le pratiche collaborative si declinano al plurale con forme diverse a seconda del settore in cui iniziano a radicarsi in spazi dedicati che, anch’essi, stanno mutando. Coworking e FabLab non sono più ambienti popolati da hipster ma diventano ambienti più aperti toccando tutte le filiere con cui vengono a contatto intercettando nuovi persone con nuovi bisogni. Il passaggio dalle piattaforme digitali agli spazi fisici crea un arricchimento reale conferendo più senso alla collaborazione online, diventata impersonale. La contaminazione di persone in luoghi aperti è slegata dalle logiche di mercato tradizionale integrandosi nel processo (produttivo, finanziario, cooperativo, ecc.) e prendendo forme nuove ancora tutte da scoprire.
Per contribuire al dibattito, siete invitati a partecipare al workshop “Altre forme di cooperazione” all’interno di Altre Forme di Vita, iniziativa dell’Estate Fiorentina promossa dal Comune di Firenze e realizzata da LAMA in collaborazione con Impact Hub Firenze e BUH! Circolo Culturale Urbano.
Lottozero progetto vincitore del bando culturability

Lottozero progetto vincitore del bando culturability

Storie

Oggi conosciamo il progetto Lottozero, nato per rivitalizzare il tessuto imprenditoriale di Prato, unendo sapienza artigianale e qualità nei tessuti con un approccio contemporaneo e aperto per rivoluzionare il celebre distretto del tessile. Ce lo raccontano le sorelle Arianna e Tessa Moroder, fresche vincitrici del bando culturability, partite da un magazzino ereditato per trasformare il mondo della moda locale (e non solo) puntando su artigiani, artisti e maker.

Cos’è e come nasce il progetto Lottozero 

Lottozero nasce nel 2014 da un magazzino bellissimo ma abbandonato, ricevuto in eredità dalle fondatrici, le sorelle Arianna, textile designer, e Tessa Moroder, economista e consulente con forte esperienza nell’impresa creativa. Lottozero rappresenta l’unione di queste competenze diventando un centro di ricerca, sperimentazione e networking nell’ambito dell’arte e del design tessile. Unisce sotto un unico tetto, in Via Arno 10 a Prato, un coworking di designer, artisti e maker, uno spazio espositivo e un ufficio che, insieme alla sua rete di creativi di tutto il mondo, opera come ufficio-stile e facilitatore per giovani menti creative. Presto si aggiungeranno un laboratorio (FabLab) tessile per la sperimentazione di tecniche e processi, completamente arredato, per offrire nuove opzioni a talenti di tutti i tipi e alle aziende del distretto tessile di Prato (e oltre). In breve Lottozero è un hub creativo in cui si condividono macchinari, idee e conoscenze, in cui si crede nell’Open Source e in cui l’unione di menti fa la forza.

Lottozero ha attivato un programma di residenze internazionali che serve anche a generare attività sul territorio destinando una parte dello spazio all’esposizione dei risultati e delle opere prodotte nel corso delle residenze. Per la mostra inaugurale abbiamo coinvolto talenti da tutta Europa, creando una panoramica di ciò che viene realizzato oggi con la materia tessile. Poco dopo a giugno in collaborazione con Villa Romana, abbiamo ospitato l’artista di origine Iraniana Farkhondeh Shahroudi.

Lottozero vince il bando culturability

Il bando “culturability – rigenerare spazi da condividere” di Fondazione Unipolis sostiene progetti innovativi in ambito culturale e creativo ad alto impatto sociale, che recuperano e danno nuova vita a spazi, edifici, ex siti industriali (qui i dettagli). Da subito ci è sembrato il bando perfetto per noi visto che soddisfiamo tutti i criteri! Con Lottozero abbiamo, infatti, attuato la trasformazione del vecchio magazzino abbandonato nel primo hub creativo italiano dedicato all’arte e al design tessile, all’interno di uno dei principali distretti tessili d’Europa come Prato. In pochi luoghi al mondo si intravvedono potenzialità così forti nel riconnettere giovani creativi con l’enorme patrimonio artistico e culturale che la loro città può offrire! Dare loro occasioni di socialità e di percorsi partecipativi dal basso porta a vivacizzare la scena socio-culturale locale e crea un mix generazionale, unendo diversi approcci e facendo nascere situazioni di confronto e di scambio. L’idea nasce dall’esigenza di creare uno spazio polifunzionale aperto alla creatività di giovani artisti, artigiani, maker e designer che pur avendo le stesse, se non maggiori, capacità delle loro controparti internazionali, si trovano spesso in svantaggio, per la mancanza di luoghi di sperimentazione, di lavoro organico, di confronto e di accesso a informazioni.

Abbiamo partecipato 4 volte prima di arrivare in finale e vincere il bando. La soddisfazione è stata unica… e difficile ma eccezionale il percorso condiviso con gli altri 15 progetti finalisti. Abbiamo avuto modo di rivedere ogni singolo passo del progetto insieme allo splendido team della Fondazione Unipolis e dei loro partner, fondamentale per riallinearci e iniziare a progettare il futuro di Lottozero!

Mostra Farkhondeh Shahroudi ph Rachele Salvioli

 

Quali sono le prossime iniziative di Lottozero?

 

Qui a Lottozero inventiamo sempre nuove iniziative e attività. Al momento stiamo per inaugurare due progetti molto importanti: il primo è il pop up shop Micro Lottozero Store, progetto che nasce dal bellissimo bando creato dal comune di Prato per assegnare 30 negozi sfitti del centro città gratuitamente per 4 mesi a progetti meritevoli. Nel nostro concept store si potranno conoscere e acquistare le creazioni di giovani designer e artisti italiani e internazionali, scelti con cura per la loro originalità. Prodotti di artigiani e manifatture tessili che, come Lottozero, credono nel valore della qualità di materiali e lavorazioni. L’idea è quella di far scoprire al pubblico una moda, un design e tanti meravigliosi pezzi unici per uno shopping più sostenibile, intelligente e originale. Ogni settimana, inoltre, abbiamo in programma piccoli eventi e presentazioni per far conoscere di persona al pubblico giovani designer e far vedere che esistono delle alternative alle grandi catene.

Il secondo grande progetto si chiama Occupy Lottozero che dal 1 ottobre all’11 novembre 2017 vedrà i nostri spazi occupati dagli artisti francesi Robin Darius Dolatyari e Chloé Rozycka Sapelkine. La nostra sede diventerà per sei settimane il loro spazio abitativo e produttivo, rimanendo costantemente aperta anche al pubblico, 24 ore su 24. I due giovanissimi artisti francesi invitati a prendere possesso dello spazio (letteralmente dormendoci e vivendoci dentro), accoglieranno chiunque voglia entrare in quello che diventerà un vero e proprio universo artistico in fieri, che prenderà corpo passo dopo passo durante loro permanenza. Il tema della memoria e della rilettura personale delle proprie origini (rispettivamente iraniane e africane) saranno i filoni principali della loro ricerca, che rivela una notevole sensibilità nel cogliere e reinterpretare motivi, rituali e tradizioni con il filtro di una immaginazione fervida, resa duttile dalla predisposizione nei confronti del mash-up culturale. Il progetto, a cura di Alessandra Tempesti, propone un’esperienza dell’arte e una fruizione non-stop, incentrate questa volta sulla condivisione dei processi creativi, attraverso il formato della residenza d’artista.

Artigiani e Maker: come vincere le resistenze reciproche?

Vediamo il mondo creativo, quello di artigiani e maker, al contrario delle grandi aziende, come motori di crescita economica e sociale. Ecco perchè per noi di Lottozero innovare significa puntare sulla cultura e sulla creatività, su competenze e stili di vita in grado di cavalcare la stagione dell’Industria 4.0. Vediamo la necessità di non creare barriere intorno al campo culturale e creativo, affacciandoci continuamente ad altre aree (industriale, sociale etc.), per poter mettere la creatività a servizio dell’industria e della società. Sia l’arte e il design che il mondo di artigiani e maker corrono spesso il rischio di essere autoreferenziali e perdere potere di coinvolgimento, funzionalità e originalità. Noi di Lottozero vogliamo evitarlo tenendo sempre aperte le nostre porte, dando spazio a tutti senza dimenticare di portare avanti progetti concretamente realizzabili.

In bocca al lupo ad Arianna e Tessa Moroder che andremo sicuramente a trovare durante Occupy Lottozero per conoscere gli artisti francesi coinvolti. Senza dimenticare di acquistare i nostri regali di Natale Micro Lottozero Store per sostenere un nuovo modello di industria della moda e del design fatta di oggetti originali di qualità.  Se anche tu hai un progetto che riguarda l’innovazione di processo o di prodotto unendo Maker e Aziende, è il momento di candidarlo alla Call-for-Ideas OpenMaker con un palio fino a 20.000euro di finanziamento per costruire un prototipo congiunto.

 

Francesca e il progetto MadedaFranco

Francesca e il progetto MadedaFranco

Storie

La storia di oggi riguarda il progetto MadedaFranco partito da una falegnameria di Prato e diventato un punto di riferimento per far incontrare l’artigianato tradizionale con il design contemporaneo, innovando allo stesso tempo i processi e i prodotti con le tecniche care ai Maker. Abbiamo intervistato una delle co-fondatrici di MadedaFranco, Francesca Marasco, laureata in Scienze dei Beni Culturali che ha sempre lavorato come imprenditrice nel mondo dell’artigianato artistico, non solo come artigiana, ma anche come consulente e docente di materie tecnico scientifiche relative al restauro. In MadedaFranco Francesca si occupa di Ricerca e Sviluppo dei processi, seguendo direttamente i rapporti con le aziende clienti e le consulenze relative ai processi produttivi più tradizionali.

Quali sono gli obiettivi del progetto MadedaFranco?

MadedaFranco nasce dal mio incontro con altre due ragazze, Ilaria Bartolini e Claudia D’Osvaldi, che uniscono la passione per l’artigianato tradizionale, al design e alla progettazione avanzata. L’idea nasce dalla necessità di dare nuovo impulso ai settori manifatturiero e agroalimentare, cercando di promuoverli e valorizzarli attraverso una serie di azioni e consulenze specifiche. Analizzando i punti critici delle imprese di questi settori, abbiamo studiato una serie di servizi volti a colmare alcune lacune che vanno dalla comunicazione, allo sviluppo del prodotto all’inserimento di sistemi innovativi nei processi di lavoro. L’obiettivo è ottimizzare e migliorare le prestazioni aziendali, non trascurando aspetti di incentivo culturale e conoscenza del saper fare. Ci rivolgiamo anche a creativi e designer con un’idea di progettazione attenta ai valori produttivi tipici del Made in Italy. Infine promuoviamo la cultura del saper fare sia tradizionale che di nuova generazione attraverso dei format messi a punto per scuole, aziende e professionisti del settore.

Artigiani e Maker: un incontro è possibile?

La maggiore difficoltà è culturale, perchè il settore artigianale, spesso rappresentato dalla micro impresa o ditta individuale, ha spesso un approccio di chiusura nei confronti delle proposte innovative. Manca la consapevolezza che se si vuole continuare a crescere e migliorare, oggi occorre investire in consulenze specifiche, apparentemente distanti dalle loro necessità. Occorre far comprendere il potenziale di un investimento in progetti legati alla comunicazione o allo sviluppo di idee innovative, mostrando i benefici che ricadrebbero sull’azienda. Conti alla mano, occorre dimostrare che investire in un programma di analisi aziendale approfondita equivale all’acquisto di un macchinario per lavorare!

L’entusiasmo che riscontriamo quando facciamo incontrare gli imprenditori con figure che apportano delle novità in azienda, come ad esempio i Maker, è molto elevato. Da questi incontri nascono sempre idee e discussioni interessanti e ci accorgiamo come queste figure professionali abbiano bisogno l’una dell’altra… Quando, però, giunge il momento di concretizzare le idee trasformandole in progetti arrivano le maggiori difficoltà e qui interviene MadedaFranco ponendosi come intermediario e facilitatore sia dell’incontro che della finalizzazione del processo creativo che ne scaturisce.

Il significato di Innovazione per MadedaFranco

Innovare vuol dire apportare un cambiamento, la cui entità e diversità variano a seconda delle realtà con cui ci rapportiamo. Per questo la nostra idea di innovazione è molto varia e spazia in diversi settori. Alla base poniamo sempre il rapporto umano che cerchiamo di creare attraverso  l’incontro e, a volte, lo scontro dal quale spesso nasce la vera innovazione creativa e progettuale!

Siamo partite dalla nostra città, Prato, perché è un territorio in cui avevamo interesse a investire, rendendoci conto col tempo che alcune delle imprese artigiane, pur sostenendoci e appoggiandoci, non sono ancora pronte a investire in questo cambiamento del paradigma culturale. E’ stata una bella palestra, fonte di importanti riflessioni che hanno spostato i nostri interessi verso nuovi orizzonti, che ci ha portate ad aprirci al confronto con altre realtà più predisposte. Ma non ci siamo arrese: quando i tempi saranno più maturi e con un bagaglio di esperienze maggiori, torneremo a lavorare a Prato!

Se anche tu hai un’idea da prototipare che preveda la collaborazione tra Azienda e Maker con l’obiettivo di creare innovazione di processo o di prodotto, è il momento giusto per candidarla alla Call-for-Prototypes indetta dal progetto europeo OpenMaker (in palio un finanziamento fino a 20.000 euro a fondo perduto per le cinque migliori idee). Vai qui per scaricare tutte le informazioni e il bando.

Ignazio Genco professionista in 3D

Ignazio Genco professionista in 3D

Storie

Ignazio si occupa di tante attività tutte legate al mondo del 3D realizzando principalmente immagini per architettura e design (visualizzazioni di progetti) e modelli per stampa 3D (da sculture digitali a oggetti di design). Ha studiato, ma non ha mai svolto, la professione di geometra perché ha preferito lavorare in studi di design di interni, poi si è occupato di topografia quindi ha studiato Industrial Design all’Università ma imparando da autodidatta tutto quello che è oggi il cuore del suo lavoro.

Ha una serie di competenze ed esperienze stratificate, molto diverse tra loro, che mette a servizio della propria professione che svolge puntando essenzialmente su un lavoro sartoriale, una boutique del design 3D, in cui il rapporto col cliente è personalizzato al dettaglio e punta a risolvere eventuali problemi col massimo della cura.

“Il mio è un lavoro delicato perché devo esprimere con le immagini quello che il cliente vorrebbe dire – dichiara Ignazio – I confini del mio lavoro sono flessibili a seconda del grado di fiducia che si instaura e della parte di processo aziendale da inglobare nei miei lavori. Alcuni clienti mi portano un disegno fatto su un pezzo di carta, altri un progetto da rivedere mentre altri ancora mi utilizzano come ausilio alla prototipazione, ma ogni progetto mantiene una sua personalità e devo capire al volo cosa e come fare.”

Ignazio e il progetto OpenMaker

“Mi sono accostato con enorme rispetto a una realtà che rappresenta un’eccellenza del made in Italy e adotta un processo interamente artigianale, depositaria di un know how unico nel proprio settore.” afferma Ignazio Genco. “Ho ascoltato con la massima apertura le esigenze dell’azienda dando alcune idee su come rendere più efficace, senza snaturarlo, il processo produttivo artigianale specifico. Col progetto che presenteremo alla call-for-ideas intendiamo alleggerire il lavoro di progettazione e supervisione del titolare per metterlo in condizione di rispondere in modo più veloce all’aumentata richiesta del mercato, consentendo di scalare il processo produttivo ed evadere tutte le richieste che, al momento, non si riescono a soddisfare.”

Hai anche tu un progetto che preveda la collaborazione tra Maker e Aziende e che sia in grado di migliorare uno step del processo o del prodotto? Tieniti pronto perchè dal 18 settembre potrai partecipare alla call for prototypes che mette in palio finanziamenti sino a 20.000€ per la sua prototipazione!

La storia del Movimento Maker

La storia del Movimento Maker

Storie

Cos’è il Movimento Maker

Il movimento dei maker unisce persone di diversa formazione che sono interessate ad apprendere capacità tecniche e la loro applicazione creativa con lo scopo di fabbricare oggetti e inventare soluzioni innovative. Si tratta di un fenomeno culturale diffusosi negli ultimi anni, per una naturale evoluzione del fai-da-te verso una dimensione sociale facilitata da Internet, in cui la sperimentazione e la risoluzione di problemi non sono più un fatto personale ma si inseriscono in una o più comunità collaborative grazie alla diffusione spontanea di progetti e di tecnologie aperte come Arduino, la stampa 3D e di spazi che favoriscono la condivisione come i FabLab.
La consacrazione del Movimento Maker prima negli USA e, a seguire, in Italia è stata sancita dalle copertine della rivista Wired con Limor Fried di Adafruit edizione USA (aprile 2011) e con Massimo Banzi di Arduino edizione italiana (novembre 2012).

Definizioni di Maker

Secondo lo scrittore Cory Doctorow, autore del romanzo “Makers”,s ono “people who hack hardware, business-models, and living arrangements to discover ways of staying alive and happy even when the economy is falling down.”

Mentre Chris Anderson, imprenditore e direttore di Wired edizione USA dal 2001 al 2012 e autore di “Makers. The New Industrial Revolution, pensa che “the Maker Movement as the web generation meets the real world.”

Dale Dougherty, direttore della rivista “Make” e pilastro del movimento Maker, sintetizza in questo modo: “Makers want to hack this world the same way we used to hack computers.

Il Movimento Maker in Italia

Nel 2012 a Roma, si svolge all’interno del WorldWideRome l’evento intitolato Makers! che porta per la prima volta sul palcoscenico le storie di chi in Italia stava muovendo i suoi passi in questo terreno ancora sconosciuto al grande pubblico; tra gli ospiti Dale Daugherty e Chris Anderson. Il WorldWideRome segnò il momento della consapevolezza e tracciò una direzione. Nacquero i primi FabLab in Italia e le prime imprese legate alla digital fabrication e i media cominciarono a trattare questi temi.

Nel 2013 si tenne a Roma la prima edizione della MakerFaire Europe con l’inaspettato successo di 35mila visitatori, che aumentano sempre più nelle successive edizioni (90.000 visitatori nel 2014 e 50 FabLab attivi in Italia).

Nel 2014 nasce l’associazione Make in Italy e, dall’impegno di Massimo Banzi, Riccardo Luna e Carlo De Benedetti, l’omonima Fondazione (questo articolo di Riccardo Luna del 2015 ne spiega storia e prospettive) con la missione di contribuire alla nascita di un nuovo “made in Italy”, ovvero di un sistema manifatturiero che sappia far proprie non solo le nuove tecnologie digitali, ma anche, più in generale, la cultura che il digitale apporta.

Il futuro dei Maker in Italia

In questo articolo pubblicato nel 2015 su Linkiesta, Massimo Banzi spiega l’evoluzione della Maker Faire Europe da riunione di geek e smanettoni amatoriali a centro di piccole e medie imprese e colossi high-tech. Banzi, il padre di Arduino, considera il mondo dei Maker estremamente compatibile col tessuto imprenditoriale italiano, fatto da persone che si sono inventate una cosa da zero costruendoci attorno un’azienda. Ricorda, inoltre, che l’Italia è la seconda o la terza al mondo per numero di FabLab, dopo gli Stati Uniti insieme alla Francia, dove però molti sono finanziati dallo Stato, mentre in Italia nascono da pochi appassionati che creano da soli una comunità a livello locale.

Quest’indagine sull’impatto della fabbricazione digitale sull’economia realizzata dalla Fondazione Make in Italy dimostra che le piccole imprese che adottano la fabbricazione digitale hanno il potenziale di aggiungere nel breve periodo più di 39mila posti di lavoro e la capacità di crescere in maniera molto più rapida delle altre perchè iniziano ad esportare sfruttando le tecnologie, la robotica e la fabbricazione digitale.

E il futuro? Milano sta già investendo per diventare una città su misura dei Maker. In questo articolo del 2017 di Wired Italia si parla del progetto “Manifattura Milano” varato dal Comune che intende offrire i propri spazi abbandonati a startup innovative per i loro programmi di Industria 4.0. Quest’anno l’Università di Udine ha strutturato il corso di laurea triennale in “Internet of Things, big data e web” per formare gli specialisti del futuro dell’industria 4.0. Futuro che OpenMaker sta iniziando ad esplorare e analizzare, ponendosi come osservatorio privilegiato e motore trainante della collaborazione tra Maker sperimentatori e Industria tradizionale in vista della Call-for-Ideas del 18 settembre.

Il FabLab Trento nel MUSE Museo delle Scienze

Il FabLab Trento nel MUSE Museo delle Scienze

Storie

“Questo è probabilmente uno dei primi casi di FabLab all’interno di un museo”: così Massimo Menichinelli – designer, esperto di open design e tra i ‘guru’ del movimento FabLab – ha sintetizzato l’elemento caratteristico (secondo noi) del nuovo MUSE, il Museo delle Scienze di Trento inaugurato il 27 luglio 2013. E proprio il FabLab del MUSE potrebbe – ha spiegato Menichinelli, che abbiamo incontrato durante l’inaugurazione – favorire lo sviluppo di tutta la comunità dei FabLab italiani.”

L’inaugurazione del MUSE di Trento è il coronamento di un progetto durato quasi dieci anni: il museo è stato “varato” dallo stesso Renzo Piano, che ha realizzato il progetto del complesso ispirando le sue linee ai panorami delle montagne circostanti e di tutto il Trentino. Ma l’esterno del museo racconta solo una parte della storia. Quella che ci interessa di più è legata alla presenza, tra le varie esposizioni e installazioni interattive del MUSE, del FabLab italiano più recente del momento, curato appunto da Massimo Menichinelli.

MUSE. Foto: Alessandro Gadotti / Archivio TrentoFutura

Menichinelli ha contribuito allo sviluppo della AALTO Media Factory di Helsinki, che ha fatto in un certo senso da prototipo per il nuovo FabLab di Trento. Un’attenzione particolare è stata dedicata alla dotazione tecnologica del FabLab: è importante che tutti i FabLab utilizzino dispositivi simili e la “lista della spesa” di riferimento è quella del MIT statunitense, dove i FabLab sono di fatto nati. Questo elenco ideale comprende ad esempio un laser cutter, un cutter per materiali plastici e una stampante 3D, ma – ha sottolineato Menichinelli – la dotazione del singolo FabLab può anche dipendere “dal luogo dove si trova, o dalle specifiche attività che si vogliono portare avanti.

Sulla scia della sua esperienza in Finlandia, Menichinelli ha introdotto nel FabLab del MUSE la stessa dotazione della AALTO Media Factory, per creare tra i due laboratori una connessione diretta e facilitare il supporto nella nuova realtà trentina. Gettare un ponte tra Trento ed Helsinki mette poi il FabLab del MUSE in contatto sin dall’inizio con gli altri FabLab europei. Come ha sottolineato Menichinelli, in ogni FabLab “si lavora in maniera indipendente e aperta ma si è comunque parte di una rete, c’è quindi un equilibrio continuo tra operare localmente e globalmente”.

Ci sono dunque molte similitudini tra FabLab MUSE e AALTO Media Factory, ma anche molte rilevanti differenze. Ad esempio, a differenza di altri FabLab gestiti da volontari o da personale part-time, FabLab MUSE può contare da subito su due risorse a tempo pieno. “Nessuno possiede tutte le competenze e ci sono troppo cose da fare. Una persona sola non può gestire tutto, direi [che ce ne vogliono] almeno due”, ha spiegato Menichinelli. “Inoltre bisogna cercare un certo equilibrio nei profili e nei background. Se c’è bisogno di qualcuno che sia più creativo o abbia un background in design, allora serve anche qualcuno che sia più esperto di informatica ed elettronica. È molto difficile trovare entrambe le cose [in una sola persona]”.

Foto: Claudia Corret / Archivio MUSE Museo delle Scienze

Un’altra importante differenza è nel luogo dove si trova il FabLab e nel pubblico a cui intende rivolgersi. La AALTO Media Factory si trova nella facoltà di arte, design e architettura di una università, mentre il FabLab MUSE è, come accennato, uno dei primi casi al mondo di FabLab creato in un museo e sicuramente il primo caso italiano. A differenza della realtà finlandese, poi, il nuovo FabLab di Trento sarà meno dedicato ai media e più alla formazione, ai workshop e alle attività con i bambini. Menichinelli stima che il 40% del lavoro svolto dal FabLab sarà costituito da attività formative, un altro 40% a creare oggetti per il museo stesso e il restante 20% alla collaborazione con le istituzioni esterne al museo.

Menichinelli è poi ottimista sul fatto che la “location” del FabLab Muse aiuterà tutta la comunità FabLab italiana, che ha trovato diverse difficoltà a crescere per la mancanza di supporto da parte delle istituzioni. “Questo potrebbe costituire – spiega – un buon esempio per le istituzioni, perché capiscano cosa possono ottenere sostenendo le comunità locali. Spero che sia uno stimolo ad andare in quella direzione”.

Post apparso sul blog MakeTank il 1 agosto 2013 e steso da Christina Craver, cresciuta negli Stati Uniti in Maryland a un passo di distanza dai migliori musei statunitensi per i quali ha sviluppato eterno amore. Dopo aver completato il suo Master in Politiche dell’Unione Europea a Firenze e un’esperienza al Parlamento Europeo, risiede ora a Trento dove si occupa di Digital Marketing e Marketing Automation in Real Web Italia dopo aver lavorato in Trento Rise (organizzatore del TEDxTrento).